// Tarocchi e divinazione

 

 

 

Generalmente parlando, si ritiene che il termine “divinazione” riguardi la capacità di predire la sorte, di anticipare eventi futuri e di riuscire in questo grazie a delle previsioni circostanziate che dovranno rivelarsi esatte.

 

 

 

Dal mio punto di vista,le cose non stanno esattamente così e comunque non si riducono solo a questo.

Oswald Wirth in uno dei migliori testi scritti sui Tarocchi (O. Wirth “ I Tarocchi “ ed. Mediterranee) parlava della divinazione come arte e la definiva una sorta di sacerdozio.

Da un certo punto di vista, quest’arte non risulta appresa, ma innata. Una più o meno spiccata attitudine a intuire con esattezza eventi ancora da venire ( o anche già accaduti, che è lo stesso) è del tutto congenita all’anima dell’individuo, è un potenziale preesistente come potrebbe essere per un pittore l’attitudine al disegno o per un musicista la capacità di distinguere suoni e “avere orecchio”.

Ma il potenziale non è tutto poiché bisogna saperne fare buon uso. Ecco perché Wirth parlava di una sorta di “sacerdozio”; questo termine è molto suggestivo e si avvicina alla realtà quando si intuisce che la persona che esercita la divinazione deve sentirsi “mezzo”, “tramite” e “strumento” di tale capacità. Un sacerdote lo è, di fatto, nel momento in cui compie il rituale, anzi, la potenza del rituale stesso lo avvince e lo soggioga a tal punto da annullare la sua stessa personalità.

Quando queste due condizioni non sono rispettate, il divinatore è un volgare indovino che, in balìa di una suggestione delirante, nella migliore delle ipotesi prende in giro, oltre al consultante, anche sè stesso.

 

 

Per quanto mi riguarda iniziai ad applicarmi allo studio dei Tarocchi perché fortemente spinto da una curiosità intellettuale che mi ha portato a studiarli e a decifrarli, dal 1985, per convincermi, oggi molto più di allora, della necessità di dedicare una vita intera ad essi.

 

I Tarocchi sono infatti un libro di alta filosofia elaborato per immagini e ogni carta (“Arcano”) contiene infinite possibilità di significato.

Il termine stesso “Arcano” suggerisce qualcosa che ha a che fare col mistero e col segreto e che non può, quindi, completamente essere compreso. Per via del tutto casuale scoprii, manipolandoli per gioco, la mia capacità innata di divinare e ho capito che tale capacità può manifestarsi soltanto rispettando precise condizioni e non al di fuori di esse.

Per esempio, tanto per cominciare, la suggestione è da escludersi a priori proprio per evitare di sviare il senso autentico della divinazione. Quando un cliente viene a trovarmi nel mio studio per un consulto gli rivolgo sempre lo stesso invito: “Vuole accennarmi il suo problema a grandi linee o preferisce che le dica io come stanno le cose, senza che mi dica niente?”. Quasi sempre, un po’ per sfida un po’ per altro, il consultante propende per la seconda ipotesi. Da parte mia non c’è nessuna presunzione o vanità. Il più delle volte lo stesso consultante potrebbe essere fuorviato dalla sua “visione” delle cose soprattutto quando, esasperato dalla sofferenza, si ritrova a non comprendere la reale portata del proprio problema. Ogni persona, ogni individuo, incarnando un’anima assolutamente individuale e particolare, rappresenta in sé stesso un mondo, un microcosmo e un enigma diverso da tutti gli altri. Io stesso, dopo aver fatto la stesa dei Tarocchi, mi ritrovo a non sapere affatto che cosa andrò a dire e ad argomentare; sempre insomma mi ritrovo a parlare “ispirato” e “condotto” a dire ciò di cui ignoro. Forse nello stesso modo un poeta compone dei versi, un pittore pennella con dei colori e un pianista improvvisa sulla tastiera. Non c’è altro modo per creare un fenomeno autentico, che abbia rilevanza e significato per l’anima ( = “psichè”) del consultante e, in misura molto minore, anche per me. Molte volte succede che sia solo il consultante a capire quanto vado dicendo e io stesso rimango quasi del tutto all”oscuro dei contenuti della divinazione.

Così deve essere. 

Se così non fosse, allora si vivrebbe un’esperienza forse anche significativa, ma che appartiene a ben altro ordine di eventi. Si rischierebbe, cioè, di far passare dati esistenziali e personali del cartomante il quale, inconsapevole, “proietterebbe” sul consultante i propri problemi insoluti e sfrutterebbe vampiricamente l’ingenuo consultante ottenendone certezza e potere personali fino al fanatismo. Il problema etico del carpire danaro sfruttando la“credulità popolare”, su quel fondo tecnicamente necessario di suggestione del consultante, sarebbe il male minore. Ben altri sarebbero infatti i danni quando ci si accorge, solo troppo tardi, che si è trattato dell’evento del“cieco che guida un altro cieco”. Ho verificato più volte il caso di persone che versavano in situazioni di grande sofferenza e totale confusione raggiungere, in men che non si dica, certezze deliranti che peggioravano, senza possibilità di rimedio, il proprio vissuto. Le situazioni sentimentali sono tipiche di tutto questo. Per esempio, molte persone si sono sentite bollare ed etichettare, senza scrupolo alcuno da parte del cartomante, vere e proprie condanne con affermazioni del tipo: “Non è innamorato/a di te” oppure “Ti è infedele/ti prende in giro” e via dicendo. L’utilizzo di tali giudizi di valore, pesanti come macigni, vanifica la situazione delicata e misteriosa della divinazione trasformandola in una banale chiacchiera da salotto, quando va bene e nell’anticamera dell’autodistruzione, quando va male. Se si ha invece l’atteggiamento corretto le cose vanno del tutto diversamente. Colui che ha il dono della divinazione ha egli stesso tutto da imparare e non può quindi, nè deve, dare giudizi o suggerimenti troppo diretti. Egli espone e spiega le cose, non le giudica. I giudizi non servono a nulla, non esistono nell’armonia dell’Universo, ma unicamente nella testa del cartomante. Né è possibile fare altrimenti se si vuole rimanere del tutto distaccati e impersonali durante la divinazione. In questo modo lo stesso consulto prende direzioni insperate e può divenire momento supremo di consapevolezza da parte del consultante. Ho visto persone prendere coscienza del proprio problema aiutandoli a sentirsi comunque ”il centro” della propria situazione confusa e dolorosa e, in alcuni casi, accettare nonché integrare quanto fa soffrire può essere il primo passo per un processo di emancipazione personale.

L’obiettivo del consulto dei Tarocchi, per come svolgo io questo ufficio, è esattamente questo: portare il consultante alla piena consapevolezza dei propri problemi nel tentativo di raggiungere la completa autonomia dall’interprete prima e dai propri problemi poi. Sono escluse dipendenze di sorta.

 

Il famoso medico, alchimista e mago Paracelso (1493-1541) aveva come motto personale un motivo che condivido pienamente ”Alterius non sit qui suus esse potest” (trad.:”Non sia schiavo di nessuno chi può essere padrone di sé stesso”).

 

Se sarò riuscito, anche in minima parte, tramite la nobile arte della divinazione con i Tarocchi, a far sì che qualcuno, ottenebrato dall’illusione del dolore e dal tormento generato dalla non-conoscenza, sia riuscito a diventare più consapevole di sé stesso e quindi più motivato alla conoscenza di sé, potrò pensare che “un giro di carte” sia servito a qualcosa.

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