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Reincarnazione e ricordi di vite precedenti

Non mi appartiene un atteggiamento fideistico e meno che mai conformistico a proposito della reincarnazione (oggi il credo “new age” della reincarnazione è identico al credo medievale di una vita ultraterrena, non c’è nessuna differenza), ciononostante penso che ogni dato proveniente dalla vita psichica abbia la dignità, in condizioni date, di essere considerato e interpretato come si conviene, con la sensibilità e l’accuratezza che impone ogni evento proveniente dalla parte in ombra della nostra personalità.

La vita psichica è una vita a sè con leggi e regole sue proprie. Se si vuole esplorare tale vita in ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti davanti a elaborati di ricordi la cui complessità e il cui intreccio sono suscettibili del più attento e accurato esame. Molti eventi dei nostri primi anni di vita che ricordiamo alcune volte molto bene e le cui immagini si sono impresse in modo indelebile nella nostra memoria, possono seguire lo stesso destino dei ricordi di vite precedenti qualora volessimo dare loro dignità di realtà e di attendibilità nel cercare conferme negli eventuali “testimoni” degli eventi stessi.

Per esempio possiamo ricordare benissimo come un nostro genitore, in un suo momento di debolezza, ci abbia traumatizzato nel riversare tutto il suo dolore su di noi. Ebbene, se interrogassimo lo stesso genitore a proposito dell’evento x nel tempo y, egli si limiterebbe a liquidare la nostra ricerca con un “Non lo so, non credo, non mi ricordo…te lo sarai immaginato…sei sempre stato un bambino troppo sensibile e pieno di fantasia…”. A questo punto sorge un dubbio più che legittimo: l’evento x nel tempo y è esistito veramente, ha avuto cioè realtà oggettiva o è accaduto solo nella nostra immaginazione, insomma è stato elaborato dalla nostra vita psichica? La risposta, a mio parere, è questa: che differenza fa?….

Che differenza fa, supponiamo convincersi, come Copernico dimostrò secoli or sono, che è la Terra a girare intorno al Sole quando ogni mattina verifico con estrema certezza l’alba sorgere da un punto preciso della mia abitazione e il tramonto, con altrettanta certezza, accadere dalla parte esattamente opposta?….Che differenza fa sapere che il concetto di tempo,
quantificabile in unità di misura come ore e minuti, si presta ad intense e gravi distorsioni qualora io stia facendo qualcosa di piacevole o invece sia costretto dalle circostanze a subire la cosiddetta “tirannia del tempo”?
Il punto è proprio questo: ciò che avviene nella vita psichica ha leggi e regole sue e nel momento in cui un evento ha realtà psichica esso è già di per sé un evento e come tale verificabile, controllabile e quindi oggetto d’indagine e d’attento studio.

Sigmund Freud quando nel 1899 completò la stesura de “L’interpretazione dei sogni” attese ben un anno prima di pubblicarlo convinto com’era di consegnare all’umanità una delle più importanti scoperte scientifiche della storia: la scoperta dell’inconscio. In realtà quanto il padre della psicoanalisi scoprì era noto da millenni alle scuole misteriche ed iniziatiche, l’esistenza cioè di una zona in ombra della nostra personalità, di un giacimento ignoto a ciascuno di noi e dal quale provengono tutti quegli aspetti dell’uomo che gli impongono il superamento della condizione limitante ed effimera dell’esistenza umana, il desiderio di eternità, l’anelito alla divinizzazione dell’uomo.

 

C.G.Jung, in seguito, fu più preciso nell’individuare delle stratificazioni nell’inconscio (come farebbe un geologo con lo studio della crosta terrestre) e, cosa più importante, confutò la riduzione dell’inconscio al rimosso dei desideri sessuali. Jung si accorse insomma della possibilità di un patrimonio inconscio comune a tutta l’umanità, di qualsiasi razza e cultura, e chiamò tutto questo “inconscio collettivo”.

 

Ci sarebbe quindi una sorta di continuità da parte dell’uomo nel sentire e interpretare inconsciamente alcuni eventi importanti della vita umana. Gli uomini non si succederebbero su questo pianeta, vita dopo vita, nel corso del tempo, a caso, ma le loro esperienze, tutte più o meno simili, creerebbero un “comune sentire” che verrebbe trasmesso per via del tutto misteriosa a livello psichico, da una generazione all’altra, impercettibilmente ma sensibilmente.

Quella di Jung naturalmente è soltanto un’ipotesi e queste poche righe non possono dare la giusta dignità che meriterebbero le vaste ricerche e gli approfonditi studi di Jung. Credo che comunque le cose stiano esattamente così quando qualcuno non sa spiegarsi il senso di famigliarità di determinate esperienze di vita, come per esempio l’incontro con certe persone conosciute la prima volta, altrettanto dicasi per i luoghi e io aggiungerei soprattutto per le attitudini di vita e le “vocazioni”.

Alcuni eventi della nostra vita non possono essere liquidati come “normali” quando normali non lo sono affatto. Per esempio come spiegare la differenza di potenziale di apprendimento tra un bambino e un altro?
Oggi, per fortuna, non valgono più i noiosi costrutti sociologici di certo marxismo che spiegava tutto con le differenze economiche tra bambino e bambino. Esiste oggi semmai, nelle società ad alto sviluppo economico, il fenomeno inverso: tutti hanno diritto allo studio e all’istruzione eppure, oggi come non mai, si assiste a questa indubbia differenza tra un bambino che ha già le capacità che lo orienteranno sul terreno sicuro della propria vocazione e un altro bambino che, disdegnando tutte le facilitazioni che la buona sorte gli ha assegnato, rimarrà sempre e comunque un mediocre.
Non citerò i casi clamorosi, a sostegno della reincarnazione, di individui i cui ricordi sono stati verificati oltre ogni possibilità di dubbio. Quel che mi interessa è la possibilità che ricordare possa voler dire qualcosa di più di un semplice atto mnemonico, che ricordare permetta una ricerca di senso e di significato.

C’è quindi ricordare e ricordare. Un ricordo che non attiva nulla dentro di noi, che rimane del tutto isolato e staccato da qualsiasi nostro contesto esistenziale attuale, non ha indubbiamente molto valore. Al contrario un ricordo che stimoli in noi una complessa consapevolezza che, tramite inquietudini ed eventi straordinari, ci stimoli ad andare più in profondità per non rassegnarci all’idea di non comprendere e di far finta di niente, è tutt’altra cosa.

Ritornando all’esempio iniziale, se il mio genitore non ricorda affatto una scena per mesi gnificativa della mia infanzia che lo ha visto protagonista è segno che quel ricordo ha un’unica valore: stimolarmi a prendere coscienza chi io sia e non certo essere spinto nell’abisso delle dinamiche famigliari irrisolte.

Lo stesso dicasi del perché di certi avvenimenti che sono accaduti non perché determinati dalla mia coscienza, ma da una concatenazione di eventi il cui filo può essere individuato grazie a una più estesa e ampia consapevolezza del rapporto tra me e gli eventi stessi. Non ha molta importanza quindi se ciò che emerge dall’inconscio possa o meno avere validità “oggettiva” (“oggettiva” poi rispetto a che cosa, riferita a quale livello di comprensione?) per il fatto stesso che un determinato ricordo affiora chissà da dove, ha tutto il diritto di essere considerato e studiato.

Negli anni ho elaborato, per via del tutto personale ed empirica, una tecnica che permette il manifestarsi di questa tipologia di ricordi, si potrebbe parlare di un “ricordare fantasticando”. Il cliente viene invitato a seguire le indicazioni che io gli suggerisco per raggiungere in breve tempo uno stato di rilassamento profondo. A un certo momento preciso si produce il risveglio dei ricordi. Il soggetto è invitato a dire “quello che vede” ed è chiaro che quanto vedrà sarà frutto della propria fantasia (come potrebbe essere altrimenti dal momento che ha gli occhi chiusi e il corpo è immobile in stato di rilassamento totale?). Da questo momento possono succedere molte cose importanti oppure un bel niente.
Il secondo caso si spiega col fatto che alcune persone trovano disagevole stare sdraiati ad occhi chiusi ad ascoltare una voce (la mia naturalmente), non riescono a rilassarsi mai del tutto e possono essere particolarmente poco dotati nella capacità di visualizzazione.
E’ un chiaro segnale di inibizione che, a rigor del vero, mi capita di verificare di rado poiché è mia abitudine non avventurarmi con nessuno a fare nulla se non intuisco sin dall’inizio la genuina motivazione della persona stessa.
Nella maggior parte dei casi succede invece che il soggetto così come sperimenta il rilassamento profondo in base alle suggestioni di quanto gli dico, arrivi a descrivere quanto di volta in volta si affaccia sullo schermo della sua attenzione. Le descrizioni sono accurate e precise così come quelle che potrebbero essere fatte durante la visione di un film; c’è distacco da parte di chi racconta ciò che vede come se descrivesse il vissuto di un’altra persona. A queste condizioni è pensabile che quanto si veda possa essere qualcosa di sperimentato e vissuto in un altro tempo e che l’attitudine alla descrizione sia lo stimolo adeguato per una corretta descrizione di ciò che va affiorando. E’ curioso notare come, quasi sempre, il soggetto scelga una vita precedente che presenta caratteristiche simili a quella del momento attuale di vita che sta vivendo. Verrebbe da pensare che la difficoltà attuale abbia innescato nella memoria il ricordo di una difficoltà già incontrata in precedenza e che si ripresenta poiché ancora non risolta. Naturalmente si tratta di pure ipotesi e non è il caso di fare voli pindarici su chi fummo e su chi ci troviamo ad essere. Preciso infatti che, anche nei casi in cui l’accuratezza della descrizione di quanto il soggetto vedeva fosse accurata ed elaborata, non mi è mai capitato di vedere persone alzarsi dalla poltrona con un atteggiamento fanatico sulla reincarnazione. Ci si chiederà a questo punto qual è allora lo scopo ultimo per dover vivere un’esperienza del genere? A giudicare da quanti richiedono tale possibilità, rispondo che può trattarsi solo di questo: quelle immagini “viste” potranno sembrare anche apparentemente prive di senso e paradossali, ma danno al soggetto che le ha sperimentate un senso di consapevolezza molto più esteso di prima che vivesse questa esperienza.

Indubbiamente si prova un piacevole senso di rilassamento durante la seduta, ma l’epoca d’oro dei “training autogeni” è ormai tramontata, quindi non può trattarsi solo di questo.

E’ molto più che un fatto fisico.
E’ una sensazione indefinita, ma di precisa percezione, che l’illusione del tempo possa essere stata abolita per qualche momento al fine di permettere una ampia visione sul belvedere del nostro giardino interiore.

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