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Intervista

Vado a trovare il dott. Rocco Chiriacò per porgli delle domande. Ho con me un blocchetto di appunti, su cui mi sono annotato alcune domande, e un registratore. L’appuntamento mi è stato fissato di prima mattina in una piacevole giornata di primavera. Prima di entrare nel giardino, la mia attenzione è catturata da un cartello rosso affisso all’ingresso, vicino al cancello, che reca una scritta nera, in gotico: “DOMVS AVREA”. Mi sorprende trovare un nome simile per una casa, abituati come si è a trovare targhe e targhette che recano nomi di personaggi femminili, facilmente assimilabili alla casa stessa. Il giardino colpisce per una grande pergola in legno letteralmente sommersa da un robusto e rigoglioso glicine che trovo, nel momento della mia visita, alla massima fioritura.
Il dott. Rocco Chiriacò mi viene incontro silenzioso e sorridente porgendomi la mano. Sono piacevolmente colpito dalla sua cordialità e al tempo stesso da una potente energia che non riesco a definire, ma che mi trasmette buonumore e rilassatezza.
Mi fa accomodare in quello che mi sembra il suo studio: un ampio salone arredato con gusto e ricercatezza. Mi siedo su una sedia di legno in stile rinascimentale, decisamente scomoda, quasi uno scranno, mentre il mio interlocutore prende posto dall’altra parte di un grande e possente tavolo nero, sempre in stile Rinascimento con zampe di leone, su una poltrona che scorgo dotata di una spalliera recante un arazzo che raffigura Perseo che uccide il drago. Rimaniamo in silenzio per un po’ e la mia curiosità è subito catturata dall’infinità di quadri e quadretti incorniciati e appesi un po’ dappertutto: il diploma di laurea in psicologia, papiri egiziani coloratissimi che non avevo mai visto alle solite bancarelle, ritratti fotografici (un capo pellerossa, Aleister Crowley con un asciugamano in testa a mo’ di turbante, un ritratto giovanile del dr. Rocco, un particolare di Luca Signorelli raffigurante l’Anticristo, ecc.), gli Arcani Maggiori dei Tarocchi dai colori completamente sbiaditi a causa di un uso frequente e continuo negli anni anch’essi incorniciati, un computer, una scultura densa di presenza, piante in quantità.
Una scritta affissa alla mia sinistra mi colpisce al punto da leggerla tutta d’un fiato a bassa voce:

“A meno di essere interrogati, non si deve spiegare niente a nessuno; né si deve rispondere a una persona che interroghi in maniera sbagliata; il saggio, anche se conosce la risposta, si comporti tra gli uomini come se fosse un idiota.”
Leggi di MANU (II, 110)

Sembra un avviso e sono un po’ condizionato all’idea che il dr. Rocco non si sottoporrà molto volentieri alle mie domande. Glielo dico:

Io: mi chiedevo, se le domande che ho intenzione di farle saranno degne della Sua attenzione…

dr. Rocco: Le faccia!… staremo a vedere….

So che dovrei tirare fuori il mio blocco degli appunti ma non mi riesce di fare qualcosa di preordinato, di osservare, per così dire, una “scaletta”; sarà per via del forte odore di incenso che c’è nella stanza, sarà per lo sguardo fisso e sorridente del mio interlocutore, ma mi lascio andare completamente e gli chiedo la prima cosa che mi passa per la mente:

Io: è molto che abita qui?…

dr. Rocco: sono capitato in questa località chiamata Concadirame, a pochi chilometri da Rovigo, per via del tutto casuale… ma, sa, io non credo molto nel caso… cercavo un posto tranquillo, immerso nel verde, per poter essere il più possibile vicino alle forze della Natura; un giorno, ubbidendo a un forte impulso, ho cercato a caso per le agenzie e ho trovato questo posto. Come avrà visto sono a qualche centinaio di metri dall’argine del fiume Adige e la presenza di un corso d’acqua ha sempre rappresentato per me motivo di grande fascino…

Io: non si sente troppo tagliato fuori dalla società e dalla sicurezza data dal sentirsi vicino al traffico dei centri abitati?…

dr. Rocco: è esattamente quello che volevo. La mia vita, in effetti, non è molto diversa da quella di un monaco di clausura o di un abate…. ho scelto infatti di isolarmi dalla confusione di un centro abitato con gli immancabili problemi di traffico automobilistico e di parcheggi, di smog e di movimenti fatti di corsa. Ma non si tratta solo di questo… qui, dove vivo e lavoro, non manco mai agli appuntamenti che credo costitutivi dell’essere umano quali il silenzio della notte, il sorgere e il tramontare del sole, l’andirivieni delle stagioni. Sa, in campagna, si impara decisamente ad osservare e io mi considero “un grande osservatore”…

Io: …un contemplatore?…un mistico?…

dr. Rocco: sì, può essere… ma ancora prima di significati religiosi, si tratta esattamente di quello che ho detto… la capacità di “osservare” va sempre più scemando nel genere umano… paradossalmente questo succede a causa del bombardamento ripetuto di immagini, suoni, rumori, insomma stimoli indesiderati, che portano -credo per un meccanismo di difesa dei nostri poveri cinque sensi- a renderci sempre meno sensibili, attenti e presenti a noi stessi.
Qui, in questo posto, ho cercato di entrare realmente in contatto con le forze della Natura, che poi altro non sono che gli Dèi stessi,e ho capito quanto fossi intossicato di scorie, falsi bisogni, inutili dolori… ho lasciato che la vita di campagna intercettasse i reali ritmi dell’essere umano e ho così scoperto, il prodigio delle albe, i misteri delle notti stellate, i grilli, le rane, i “chicchirichì” dei galli, le afe della calura estiva, le rigidità delle gelate e un’infinità di altri fenomeni che smettono di essere aspetti privi di importanza per divenire vita vera, realmente vissuta!…

Io: una visione romantica: l’incontro dell’uomo solo con la Natura…

dr. Rocco: non so di che visione si tratti, ma, mi creda, non c’è niente di intellettuale in quello che dico, nessuna posa “letteraria”… forse può essersi trattato, al massimo, di una “reazione”: sono nato nel cemento di una grande città del Sud e ho sempre sentito, man mano che crescevo, il forte desiderio di potermi isolare in un posto il meno possibile contaminato, non certo per fuggire da chissà cosa, ma per incontrare me stesso. A lungo, infatti, ho pensato, soprattutto in gioventù, di farmi monaco, ma non era quella la strada designata dal mio destino…ciononostante, certi fermenti sopravvivono e alla fine anche una scelta diversa, come quella di formare un nucleo famigliare, può non essere molto diversa da quella di chiudersi in convento…

Io: e in tutto questo Lei non ci vede un isolamento che può essere pagato con…come dire…effetti indesiderati?…

dr. Rocco: tipo?…

Io: non so, parlo per me… io avvertirei una certa ansia all’idea di non vedere nessuno, anche se suppongo che, grazie al Suo lavoro, Lei sia molto in contatto col genere umano…percepirei insomma una certa inquietudine a sapermi dimenticato da tutti… in fondo, salutare il vicino di casa uscendo dalla porta del proprio appartamento in condominio, oppure camminare per strade piene di gente può essere un modo per sentirsi meno soli…

dr. Rocco: lo crede davvero?…

Il dr. Rocco mi fissa con occhi penetranti sorridendo sotto i lunghi baffi da nobile slovacco e rimaniamo in silenzio a guardarci non sapendo io più che dire…dopo qualche secondo aggiunge, come a voler interrompere una mia eventuale risposta:

dr. Rocco: vede, io penso che il più delle volte crediamo di non essere soli per il semplice fatto che vediamo intorno a noi molte persone fare i medesimi gesti e i medesimi comportamenti che mettiamo in atto noi stessi… in realtà, ci sentiamo ancora più soli per via dell’incomunicabilità che viene sepolta dalle frasi di rito “Come va?…Tutto a posto?…Come te la passi?…” Credo invece che non possa esistere vera comunicazione senza una presenza consapevole e per poter scoprire il prodigio, l’intensità della consapevolezza bisogna incontrare sé stessi…questo, penso, faccia un po’ paura a tutti e si preferisce allora continuare a far finta di niente illudendosi di non essere soli per non voler guardare realmente dentro noi stessi.
Non voglio, dicendo questo, affermare che sia indispensabile venirsene in campagna per trovare sé stessi, dico solo che questa è sempre stata e rimarrà la condizione ideale perché si ascolti pulsare la vera essenza di sé stessi….forse ci saranno anche altre vie, non lo nego, io posso riferirmi solo a me stesso e posso assicurarLe che non riuscirei a fare ottimamente il mio lavoro se non disponessi di questo silenzio, di questa pace per risolvere il chiasso interiore, o meglio, il fracasso della mente…

Io: appunto, il Suo lavoro, volevo cominciare col chiederLe proprio questo: in che cosa consiste il Suo lavoro?…

dr. Rocco: premetto subito che col sottoscritto la parola “lavoro” non è molto pertinente…non riesco a pensare a quello che faccio come a un “lavoro” e in questo sono sempre stato sin da quando ho cominciato, ormai vent’anni fa, fortemente presuntuoso. Ho insomma sempre pensato che “lavoro” per il genere di cose che io faccio non sia un termine giusto…parlerei piuttosto di “Arte” o, se preferisce, di “vocazione”, se quest’ultimo termine non venisse associato inutilmente a un significato religioso…

Io: scusi…può essere più chiaro, in che senso è stato “presuntuoso”?…

dr. Rocco: è molto semplice: la presunzione consiste nel non dover pensare che il lavoro, come tutti i lavori, richieda un compenso e quindi rappresenti una meta finale, un obiettivo; mi sento sempre snaturare le motivazioni originarie quando penso che quello che faccio sia dovuto al perseguimento di un obiettivo. Forse è per questa ragione che molti ricercatori del Vero avevano mezzi di sussistenza propri e non dovevano necessariamente preoccuparsi di come ovviare alle difficoltà materiali quali mangiare, vestirsi e, farsi una posizione, come si dice…E’ vero che mi faccio pagare per le mie prestazioni, ma quello non è altro che il rispetto di un contratto molto chiaro che si viene a instaurare tra me e il “cliente”, chiamiamolo così…”onorario” è una parola che deriva da “onore” e prevede che il rapporto sia il più chiaro possibile proprio perché si assolve, ripeto, a un contratto…ma, mi si potrà non credere, non ho mai considerato il dettaglio finale (il compenso) l’obiettivo principale; ho sempre cercato di vivere una realtà a livello psicologico ancora prima che fosse concreta, materiale…ho, per così dire, vissuto “come se”…come se fossi ricco e benestante e non avessi bisogno di lavorare per guadagnarmi la volgare pagnotta…continuo ancora a pensarla così, ma sarebbe più esatto dire che non mi riuscirebbe di fare diversamente. La presunzione esiste eccome, poiché non sono ricco di famiglia e tutto quello che ho realizzato da un punto di vista materiale ha sempre rappresentato una sorta di “scommessa” o, se preferisce, di “prova”…insomma un gioco, un gioco che potrebbe anche avere dei risvolti pericolosi quando si contemplano rischi da affrontare e prezzi da pagare.
Io: non so se invidiare il Suo coraggio o la Sua incoscienza, ma torno a ripeterle la domanda: in che cosa consiste il Suo lavoro?

dr. Rocco: giusto!…non ho risposto…sono laureato in psicologia, ma mi sono interessato giovanissimo oltre che di psicologia e di psicoanalisi anche di esoterismo e di ermetismo. Potrei dire che la mia inizialmente è stata un'”avventura intellettuale” e sottolineo il termine “avventura”… quando scoprivo un autore me ne innamoravo totalmente, a volte quasi fino al fanatismo; mi capitava, per esempio, di prendere letteralmente d’assalto la bibliografia riportata alla fine del libro che leggevo per ripercorrere il possibile “percorso” che aveva portato l’autore alla stesura del libro.
Iniziai con Freud…Lessi e rilessi”L’Interpretazione dei Sogni”, appena quattordicenne, e mi sembrava che, nonostante la pretesa scientifica di Freud stesso, quel libro fosse dotato di un certo potere, più precisamente di un potere derivante da una conoscenza segreta. Credevo insomma che riuscendo a interpretare i sogni (ingiustamente definiti “nient’altro che sogni”…) si potesse arrivare a una matrice, a qualcosa di riposto e inaccessibile all’indagine e che permettesse di saperne molto di più sull’essenza di una persona. Freud stesso ha spiegato bene la scomposizione del sogno in “sogno manifesto” e “pensiero onirico latente”…ecco, tutto ciò che era latente mi affascinava e Freud mi sembrava un pioniere coraggioso, qualcuno che avesse individuato un codice criptico, un linguaggio arcaico che permettesse di decifrare i contenuti dell’inconscio. Poi lo abbandonai perché mi sembrava che l’ultimo Freud avesse per così dire rinunciato alle conseguenze rivoluzionarie della propria scoperta. La metapsicologia freudiana dell’istinto di vita (Eros) e dell’istinto di morte (Thanatos) la trovavo noiosa e inutilmente filosofica. Io non volevo fare della filosofia!… altrimenti mi sarei iscritto al corso di laurea di filosofia e non di psicologia! Mi affascinava l’orientamento scientifico che permettesse di verificare, con prove alla mano, ogni teoria e ogni aspetto di teoria. Così, del tutto fortuitamente, scoprii Wilhelm Reich…discepolo dello stesso Freud, Reich portava fino alle estreme conseguenze la scoperta del rimosso e in particolare della sessualità rimossa con tutte le mostruosità generate da chi è costretto ad allontanare dalla propria consapevolezza tutto quello che è impossibile mettere in atto col comportamento. Mi sembrava che Reich avesse qualcosa di geniale nell’uscire dall’analisi del privato dell’individuo ed estendere tale analisi su vasta scala studiando fenomeni sociali quali p. es. il fascismo e altre dittature. La sua idea di “psicologia di massa”, ossia di come molti individui funzionino psichicamente come un soggetto unico soddisfaceva la mia esigenza di un impegno, in quegli anni, anche sul piano sociale. Credevo fosse giusto mettere in atto contestazioni che non fossero solo pose o atteggiamenti, ma che potessero modificare aspetti della società fondamentalmente ingiusti. Non si poteva pensare di psicanalizzare l’intera umanità e trovavo incredibilmente affascinanti le attenzioni che Reich poneva sui “bambini del futuro” e sull’importanza di un’educazione che permettesse il libero fluire delle energie dell’uomo.
Reich mi impegnò per molti anni. Lessi tutto, assolutamente tutto quello che veniva via via pubblicato in Italia -ed era parecchio perché Reich negli anni settanta, ma soprattutto negli anni ottanta godette di un certo successo tra i giovani contestatori- nonché molte biografie, quasi sempre denigratorie, che lo consideravano un povero pazzo paranoico con sindrome di persecuzione. Mi hanno sempre incuriosito quelle persone di genio che vengono, in vita o da defunti, coperti da un cumulo di critiche pre-confezionate. Molti presunti biografi di Reich scrivevano poderosi tomi senza che avessero mai letto troppo dell’autore stesso. Questo mi sarebbe capitato, molto più tardi, con Aleister Crowley. Reich mi piaceva perché agli inizi -mezzo secolo prima di Herbert Marcuse e di Erich Fromm- veniva considerato l’artefice di una fusione, prima di lui considerata impossibile, tra psicoanalisi e marxismo. Per questa ragione fu espulso prima dal Partito Comunista e successivamente dalla Società Psicoanalitica. Era odiato da marxisti e da freudiani ortodossi. Qui devo aprire una parentesi: non so se siano state le infinite letture reichiane della mia gioventù, ma penso di essermi inconsciamente identificato con quell’uomo che non abitava la terra di nessuno, che, in nome della conoscenza e dell’onestà intellettuale, andava avanti nelle proprie ricerche non arrivando a compromessi di alcun tipo. Ho sempre detestato quelle persone che si sentono troppo sicure di sé stesse, per il solo fatto di essere membri di una setta, di un orientamento, chiesa o partito che sia. Senza che me ne rendessi conto, la forte attrazione che suscitava su di me l’ultimo Reich, quello degli esperimenti orgonomici e della scoperta dell’energia orgonica, della radianza, insomma di un’energia vitale -l’orgone appunto- stava già guidando i miei passi sulla strada che mi avrebbe portato in seguito alle scienze occulte, all’ermetismo e all’esoterismo.

La scoperta principale di Reich, sulla quale negli ultimi anni della sua vita puntò il tutto e per tutto, fu la scoperta dell’energia vitale, da lui denominata “orgone”. Costruì delle macchine, “macchine orgoniche” appunto, per concentrare e direzionare su persone ammalate, l’energia vitale. Ipotizzò che il cancro fosse dovuto a una “biopatia del carattere”, ovverosia a una malattia dell’intero organismo vitale che si sarebbe ammalato di cancro solo nello stadio finale. A causa del trattamento su persone malate di cancro, fu incarcerato, si procedette a un falò di tutta la sua biblioteca (per inciso questo avveniva nella “superdemocratica” America nel 1957…) e morì dopo qualche mese di detenzione in un penitenziario americano. Insomma fu un martire della libertà e del progresso della conoscenza, un Giordano Bruno imbevuto non di platonismo ed ermetismo, ma di psicoanalisi e di tanto coraggio.
Dicevo che Reich stava guidando, in quegli anni, i miei passi verso ciò che mi portò all’interesse dell’occulto e dell’esoterismo. Ipotizzare che un’energia invisibile potesse essere responsabile non solo di atteggiamenti e comportamenti, ma anche di benessere e malattia, mi affascinava profondamente. Cercavo qualcosa che potesse “funzionare”…sono sempre stato motivato alla ricerca di qualcosa che, in mani esperte, potesse realmente fare cambiamenti. Detestavo tutto ciò che era intellettuale e, da questo punto di vista, detestavo anche me stesso poiché a furia di leggere libri su libri, mi sentivo, per così dire, tagliato fuori dalla Vita e dall’esperienza di Vita.
Non so se ho risposto alla sua domanda, ma credo che sia determinante capire da quale strade io sia partito per essere approdato a quello che superficialmente viene definiti lavoro di “cartomante”o, peggio, di “mago”…
Io: sì, indubbiamente, siamo tutti abituati a considerare i “cartomanti” come persone che impegano il proprio cliente in conversazioni che vanno dall’imbonimento al vero e proprio terrorismo psicologico…è raro trovare, nella “categoria” qualcuno che abbia una preparazione culturale come la sua…
dr. Rocco: stabiliamo subito che non esiste una “categoria” di cartomanti!… è la mente umana abituata sempre a fare associazioni e quindi raggruppamenti. Non esiste lavoro dove il prodotto dell’opera sia esattamente a immagine e somiglianza dell’operatore. Anch’io faccio fatica a identificarmi in una definizione di “cartomante”…ma, tant’è, un nome, un’etichetta bisognerà pur utilizzarla. In fondo i Tarocchi, questo meraviglioso “Trattato di Alta Filosofia per Immagini”, come lo definiva il grande Oswald Wirth, consiste in un mazzo di ventidue carte e se io dovessi dire qualcosa a proposito di Lei che mi ascolta dovrei comunque manipolare quel mazzo di carte, non ci sono altre possibilità.
Vede, quando una persona viene da me, delle volte per rompere il senso di imbarazzo e di ansia del consultante, io esordisco con una domanda di questo tipo e che ripeto da anni: “Allora, mi espone Lei il suo problema o vuole che glielo dica prima io facendo un apertura con i Tarocchi?”… Quasi tutti, stuzzicati da questa affermazione che forse intendono come la sfida di un presuntuoso, mi mettono alla prova non dicendomi assolutamente niente e lasciando che sia io per primo a dire in che situazione si trovano. A questo proposito faccio un’apertura generale che intercetta immancabilmente il pensiero o i pensieri dominanti del consultante in quel preciso periodo della sua vita. Consideri inoltre che i Tarocchi, gli Arcani Maggiori, a differenza delle carte con i semi dei quattro elementi (bastoni, coppe, spade e danari), cioè gli Arcani Minori, non contengono riferimenti precisi a persone o situazioni che possono riguardare la situazione sentimentale o problemi di affari e danaro. I Tarocchi costituiscono un vero e proprio oracolo che andrebbe interrogato sempre con una domanda precisa. Risulta quindi abbastanza difficile, senza domande, tentare un’interpretazione non sapendo assolutamente qual è la ragione della visita del consultante. Non a caso molti cartomanti si sentono più sicuri col mazzo delle cosiddette “carte da briscola” perché lì c’è tutto: tradimenti, felicità coniugali, fallimenti, rovina, uomo biondo giovane, donna mora perfida, ecc. ecc. Ma io non potevo accettare di svolgere un’occupazione di questo genere e così scelsi i Tarocchi, più psicologici e, proprio per questo, più vicini alla vita di ogni essere umano. Questo naturalmente non vuol dire che non si possa dare una risposta a una domanda di carattere eminentemente pratico. Ma vorrà pur dire qualcosa se, quasi in vent’anni di attività, mi sono imbattuto al 70 % con persone che non erano mai state da cartomanti, non avevano avuto nessuna esperienza del genere o, al massimo, si erano fatte fare un giro di carte dalla signora di turno in una serata divertente in compagnia di amici.

Io: ecco, questa è una domanda che stavo per farle: che tipo di persone la consultano?
dr. Rocco: nel corso della mia attività credo di essermi imbattuto in molte tipologie di persone. Il pubblico non è esclusivamente femminile come ingenuamente si crede, sebbene vada riscontrata una maggiore frequentazione da parte del sesso femminile. Credo che questo si spieghi con una maggiore predisposizione alla vita interiore da parte di donne piuttosto che uomini. Non saprei fare delle generalizzazioni in base al tipo di persone o in base ai lavori che svolgono queste persone, ma è un dato di fatto che la maggior parte di loro possiede un grado di cultura medio-alto. Questo non significa avere titoli di studio, ho conosciuto moltissimi che avevano una grande sensibilità verso la conoscenza e si rivelavano, per così dire, “naturalmente colti”…Non riscontro con molta frequenza tra i miei clienti quelle persone che hanno la tendenza innata a farsi raggirare e cercano l’inganno a tutti i costi….

Io: questa mi giunge nuova…vorrebbe dire che esistono persone consapevoli di voler essere ingannate al punto da cercare qualcuno che lo faccia?…
dr. Rocco: può sembrare strano, ma è proprio così!…non credo che queste persone siano consapevoli però di questa, chiamiamola così, “tendenza all’inganno”. Si tratta perlopiù di un irrigidimento dovuto al troppo soffrire, ci si illude a tutti i costi di voler sapere quello che non esiste e di farsi dire dal cartomante esattamente quello che vogliono sentirsi dire per rimuovere ogni sorta di dubbio e finendo invece coll’accrescere ulteriormente lo stato di confusione. La sofferenza in certi casi fa brutti scherzi!… anziché avere un atteggiamento di resa, l’unico atteggiamento che permetta una reale soluzione di un problema che ci angustia, si fa tutto il contrario: si parte dal presupposto di avere capito già tutto e si cerca oculatamente qualcuno che dìa ragione di questi deliri. Le cose si complicano quando dalla parte dell’operatore si nasconde un famelico personaggio in cerca di facili guadagni; si decide di ricorrere a improbabili operazioni magiche che anziché riguardare il piano della realtà effettiva delle cose si spostano continuamente su livelli di desiderio patologici. Qui voglio fare una precisazione: si crede sempre, in modo unilaterale e assolutamente fuorviante, che il raggiro e l’inganno siano prodotti dall’operatore scaltro di turno. Questo è vero solo a metà. Se dall’altra parte non esiste una resa verso il raggiro e l’inganno stesso, l’opera non può essere compiuta. Non è vero che la sofferenza e l’irragionevolezza prodotta dalla sofferenza spiegano tutto. Io stesso mi sono imbattuto in qualcuna di queste persone: dopo una o due sedute non li vedevo più. In seguito seppi che avevano speso cifre astronomiche dietro un mago truffaldino che garantiva, con assoluta certezza, la riuscita sull’esito.
Altro esempio è rappresentato da coloro che vogliono assolutamente sentirsi dire che le cose vanno loro male perché sono vittima di una fattura o di un maleficio ad opera di una persona che odiano o della quale sono diventate nemiche. Qui preciso che non esiste e non esiterà mai nessun giro di carte che permetterà di verificare se una persona è oggetto di un attacco da parte di un’altra persona con mezzi magici. L’attività cartomantica è frutto di interpretazione e con questo metodo si finirebbe col fare molta confusione interpretando odi e inimicizie -che mai mancano nel teatro variopinto della vita- come “prove” di avvenuti sortilegi e malefici. In realtà, solo un rituale potrà dare la giusta risposta a quesiti così delicati. Questo per la semplice ragione che le energie sono una realtà e questa “realtà energetica”, chiamiamola così, può essere intercettata da un idoneo strumento rituario.
Allorquando, dopo la verifica attenta e laboriosa del rituale, verificavo che non c’era nessun attacco né maleficio di alcun tipo, ma si trattava semmai di una negatività dovuta ai pensieri di autocommiserazione, di abbattimento e di paura della persona stessa, scorgevo nel cliente una certa delusione. Pur spiegando e proponendo anche un rimedio, la persona in questione si congedava da me con lo stato d’animo di chi non si sentiva capito. Successivamente venivo a sapere (è singolare, ma non si perdono mai del tutto le tracce di qualcuno che mi ha consultato) che la stessa persona si era imbattuta con l’operatore che al primo giro di carte diceva che le cose andavano assolutamente male perché era in azione una fattura: Questo veniva comunicato ancora prima di passare alla descrizione del problema, ma non importa, perché in questi casi non si vuol fare alcuno sforzo per capire, si desidera di essere “liberati” da un atto “salvifico”.
Io: quello che colpisce nel racconto della Sua vocazione è come sia stato possibile che partendo da studi accademici o in ogni caso provenendo da un retroterra per così dire “scientifico” Lei sia approdato poi all’esoterismo, alla lettura dei Tarocchi e ai rituali di magia…
dr. Rocco: sì è una giusta osservazione ed è quello che si chiedono tutti quando mi incontrano per la prima volta. Com’è ho avuto già modo di dire, per me la scoperta dei Tarocchi è stata un’avventura intellettuale e a questo punto non posso esimermi dal citare un altro grande autore che ha contribuito in maniera determinante alla mia formazione: lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung.
Il primo libro di Jung che mi capitò tra le mani era “Psicologia dell’inconscio”, mi fu regalato dai miei compagni di classe quando frequentavo il terzo anno del Liceo scientifico con una dedica che mi stupì: “A chi ha trovato il coraggio di essere veramente sé stesso”. Non ero molto socievole e comunicavo scarsamente con i miei compagni di classe perché mi sembravano esageratamente presi da cose che ritenevo futili. La dedica anzi inizialmente mi sembrò una presa in giro, ma tant’è che avevo tra le mani un libro di Jung!…questo spiega come siano misteriose e prodigiose le vie che ci conducono ai libri importanti o, meglio dire, che strade tortuose fanno i libri importanti per raggiungere persone prescelte. Di Jung sapevo solo che era stato discepolo di Freud e che ruppe col Maestro arrecando a Freud delusione e amarezza. In più ero un po’ influenzato dalle calunnie che lo volevano, per via degli studi sui simboli e sul mito, simpatizzante del nazionalsocialismo. Iniziai la lettura non capendo esattamente quello che leggevo. Non che la trattazione di Jung fosse particolarmente difficile; quel libro ha infatti un carattere divulgativo e spiega abbastanza chiaramente la complessità della psicologia analitica. Non capivo abbastanza perché credo che la lettura di libri di psicologia possa essere capita solo quando si è vissuta l’esperienza di tempeste interiori, di notevole e vasta portata. Non ho mai sopportato quei patetici individui che pretendevano di capire gli altri soltanto perché imparano a memoria i libri di psicologia (quasi sempre testi universitari, non opere effettive dell’autore) e acquistano fiducia in sé stessi tentando di improvvisare indagini introspettive su qualche ingenuo interlocutore che crede nel supposto “potere” dell’aspirante psicologo. E’ la stessa cosa che succede anche con sensitivi, cartomanti e maghi…qualsiasi sia l’occupazione prescelta, una persona non trasformata farà sempre di questi imbarazzanti pasticci.
Tornando a Jung, credo che fossi essenzialmente rimasto colpito dalla sua concezione dell’inconscio. Non si trattava di “rimosso” a carattere puramente sessuale, come con Freud. L’inconscio appariva molto più ampio e tremendamente spaventoso. La stratificazione operata da Jung in inconscio personale e collettivo, con gli archetipi e gli stati intermedi, mi raggiungeva sottoforma di potente stimolo. In realtà quello non fu esattamente il primo libro di Jung che mi capitò tra le mani. Uno o due anni prima avevo letto “Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti”, ma trovavo privo di interesse il mondo dello spiritismo. (Spiritismo e Magia sono infatti agli antipodi). Tuttavia anche la lettura di questo libro suscitò una profonda impressione su di me.
Successivamente negli anni dell’università, trovando noiosissimi i testi di argomenti che riguardavano esperimenti con topolini, formule di statitistica e osservazioni su bambini alle prese con giochi, mi diedi alla lettura di Jung. Come sempre lessi anche biografie. Questo mi succede immancabilmente quando scopro un autore che mi affascina. Mi sembra di non potermi esimere dal capire COME ha vissuto l’autore di quelle pagine straordinarie. Non si tratta della ricerca maniacale di aneddoti, talora sconfinanti nel pettegolezzo, ma del voler capire se quell’autore aveva fatto tesoro, lui per primo, delle scoperte che il suo ingegno aveva realizzato. Insomma, non ho mai sopportato quelli che “predicano bene e razzolano male”, soprattutto non sopportavo, e tuttora non sopporto, la verbosità intellettuale che rimane puro artificio in seno a vite assolutamente inutili e prive di senso, per non dire disperate. Rimasi così incredibilmente affascinato dall’UOMO JUNG e verificai che la vita di Jung aveva prodotto la scoperta della psicologia dell’inconscio!….
Mi permetta di citarle il passo di apertura della sua autobiografia “Sogni, ricordi, riflessioni”, un’autobiografia scritta “appena” a…ottantatrè anni!…
” La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo dell’inconscio tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentano se stessa come totalità. Non posso usare un linguaggio scientifico per delineare il procedere di questo sviluppo in me stesso, perché non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico. Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore e che cosa l’uomo sembra essere ‘sub specie aeternitatis’, può essere appreso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola. Ecco perché, a ottantatrè anni, mi sono accinto a narrare il mio mito personale. Posso fare solo dichiarazioni immediate, soltanto ‘raccontare delle storie’; e il problema non è quello di stabilire se esse siano o no vere, poiché l’unica domanda da porre è se ciò che racconto è la mia favola, la mia verità.”
Basta iniziare dalle prime righe del libro per convincersi che ci troviamo davanti a qualcosa di autentico e profondo. L’atteggiamento da parte di Jung l’ho ritrovato in me stesso ancora prima di leggere libri di Jung. Non mi sono dedicato alla Magia perché qualcuno, che so un parente o un genitore -come accade per esempio nelle culture che fanno capo a uno stregone, a uno sciamano, ecc.- mi abbia iniziato a questo mondo. Ero, e sono tuttora, molto scettico su ciò che non si può controllare e verificare attraverso l’umana esperienza. Ero affascinato dall’anima, dall’inconscio, dai processi di individuazione e di autoconoscenza, ma escludevo qualsiasi possibilità di interessarmi a misteri e a fenomeni imponderabili, qualcosa che poteva essere spiegato con la psicoanalisi. Però l’atteggiamento di Jung mi sorprendeva: quest’apertura totale verso il fenomeno osservato, senza pregiudizi di sorta, anzi sempre pronto a rimettersi in gioco pur di raggiungere la verità, in definitiva quello che dovrebbe realmente essere la “Conoscenza”.

Io: quello che Lei ha spiegato è realmente entusiasmante, però ho come l’impressione che quanto dice riguardi più l’aspetto della sua formazione di “Interprete” o, per dirla con Groddeck, di “scrutatore di anime”. Mi riesce più difficile capire invece in che modo Lei abbia sentito la vocazione di fare il ritualista. Mi piacerebbe che mi spiegasse la genesi di questa vocazione e se c’è una ragione nell’aver scelto questo termine, “ritualista” appunto, anziché quello di”mago”.
dr. Rocco: Le rispondo partendo dalla seconda parte della domanda. Il termine “mago” negli ultimi decenni è stato talmente inflazionato o peggio inquinato da fare un po’ fatica a intendere con questa parola la stessa cosa. Ma questo non dipende solo dai segni nefasti lasciati da personaggi assolutamente privi di scrupoli e totalmente ignoranti in materia di magia (e purtroppo non solo di magia). Non voglio fare le solite polemiche e precisazioni. Secondo me c’è anche un punto di vista per così dire “esoterico”… se Lei prende l’Arcano n° 1 dei Tarocchi, il “Mago” appunto, INSERIRE immagine MAGUS ipg. la carta presenta due significati diametralmente opposti: se viene interpretata al diritto parliamo di un adepto, di un iniziato, il quale dopo aver completato il faticoso addestramento che lo porterà all’assoluta conoscenza di sé stesso e dei suoi poteri, è in procinto di compiere il fenomeno magico o comunque di iniziare, utilizzando tutti gli strumenti rituali che in questa versione del Tarocco di Crowley sono sospesi nello spazio infinito, l’operazione magica. La stessa carta, se interpretata invece al rovescio, rappresenta un prestigiatore, un illusionista, qualcuno che insomma ricorre a trucchi e ad effetti speciali pur di ottenere il risultato. Come vede la stessa carta presenta due significati opposti; probabilmente in comune i due personaggi hanno una sola cosa: entrambi non riveleranno mai in che modo hanno compiuto il prodigio… più specificatamente l’adepto-iniziato perché vincolato dal giuramento e dal voto del silenzio tipico di chi trasforma sé stesso con le scienze occulte, il prestigiatore invece perché vuole che il trucco ci sia, ma…”non si veda”… Non c’è da scomodare le cronache dei giornali e dei notiziari Tv per citare le centinaia di operatori che ricorrono a trucchi ed espedienti tra i più diversi pur di imbonire il proprio cliente, il significato è più profondo. Potrei in conclusione dire, riferendomi a questa carta, che al diritto abbiamo il mago “sapiente per Magia” il quale conosce le leggi dell’Universo perché non solo sono frutto di pazienti, laboriosi ed ininterrotti studi, ma perché egli stesso si è modificato per scoprire dentro sé stesso l’Universo, ossia di far corrispondere il Macrocosmo nel Microcosmo. L’illusionista invece è un ignorante che non sa nulla di niente, ma possiede destrezza e abilità (due caratteristiche in comune anche col Mago) e utilizza qualsiasi mezzo, assolutamente qualsiasi mezzo pur di arrivare al perseguimento dei propri fini egoistici. Perché “egoistici”?.. non è una valutazione di ordine morale…l’essenza di questa carta è anche l’Io, l’Uno, il Punto di partenza (carta numero 1) e si potrebbe parlare di un Io evoluto (il Mago) e di un Io involuto (il ciarlatano). Infine la carta è dominata dal pianeta Mercurio e lo stesso dio, come saprà, ha questa doppia valenza: dio della conoscenza e messaggero degli Dei ma anche principe dei mercanti, dei ladri e dei truffatori…
Come ho avuto già modo di dire, l’interesse verso la Magia ha rappresentato per me inizialmente un’avventura intellettuale, un viaggio nella conoscenza. Ma se è vero che ogni interesse culturale comporta una qualche trasformazione dello studioso, nel caso della Magia è pressoché irresistibile non “fare pratica”…man mano che leggevo, infatti, mi chiedevo che cosa sarebbe successo se avessi provato?…non esiste altro settore della conoscenza che comporti questa dimensione: realizzare sul piano concreto ciò che si è compreso sul piano astratto. Tutti i testi ermetici insistono sulla faticosa nonché lunga preparazione dell’iniziando: “purificazione” è un termine che ricorre frequentemente.
Questa parola non deve essere intesa nel senso morale, purificarsi da presunte macchie o da pretesi peccati…ma esattamente come si farebbe con uno strumento, lo si purifica per esaltare al massimo la sua funzionalità; funzionalità che si potrebbe intendere come ritorno all’essenza effettiva dell’uomo dopo aver bandito tutti gli inevitabili condizionamenti negativi prodotti durante il corso di questa vita e delle vite precedenti. Non è infatti possibile credere di operare magicamente se si è ancora rimasti il vecchio uomo: egoista, facile alle emozioni negative, carico di orgoglio, sensuale e in balìa degli stimoli. Potrei dire che “purificarsi” vuol dire trovare il proprio centro e solo dopo averlo individuato è possibile irradiare Forza e Potere in accordo con la Legge che regola tutte le cose create. Credo fermamente che i poteri si conquistino grazie a un arduo lavoro su sé stessi e sperimentando uno spirito di umiltà che potrebbe avere qualcosa di simile al mistico, a colui che è in comunione con le forze della Natura e si sente un frammento del Tutto.
Ecco perché riesce molto difficile credere che un mago possa essere qualcuno che utilizzi le tecniche operative per nuocere al prossimo o per creare il male; se così fosse vorrebbe dire che questo signore non immagina nemmeno lontanamente quanto egli stesso sia facile preda e manipolazione di esseri invisibili alquanto imperfetti che influenzano il presunto mago facendolo delirare su poteri che non ha. Questi personaggi riescono ad essere sufficientemente protetti dalla loro incoscienza, si potrebbe dire, parafrasando il Cristo, “…poiché non sanno quello che fanno”. Miseri individui rimasti totalmente ignoranti sulla propria natura e assolutamente inconsapevoli su quanto vanno facendo magicamente e che ignorano soprattutto di essere a loro volta manipolati dalle forze che pretendono di controllare e soggiogare.
La ragione per cui non uso il termine “mago” è in parte dovuto a quanto ho spiegato, ma “ritualista” è un termine che indica esattamente quello che faccio magicamente.
In magia sono infiniti i campi e le applicazioni. Per esempio io non ho mai dato a nessuno amuleti o talismani e non perché non creda nell’efficacia della talismanologia, ma perché il rituale, quell’atto cioè sempre identico a sé stesso -e proprio perché sempre identico sviluppa la Forza che verrà poi convogliata su un aspetto problematico da risolvere-, ha sempre rappresentato per me quanto di più famigliare e di più vicino alla mia natura. Attraverso la ripetizione di rituali magici, che sono compiuti sulla base di cicli di operazioni, il cui numero è anticipatamente programmato, si accumula una determinata Forza che viene convogliata sull’oggetto prescelto (persona, situazione, evento, ecc.) al fine da condizionarne il cambiamento. Perché questo avvenga è necessario disporre di adeguato materiale magico (a tal fine attivato e caricato), di schemi rituali che si rifanno alla Tradizione e non sono inventati da qualche bontempone di turno, ma soprattutto ciò che è determinante al fine della riuscita del rito e che anzi rappresenta secondo me più della metà del successo dell’intera operazione è un elemento indispensabile chiamato VOLONTA’. Credo che la definizione più semplice e più efficace della parola Magia l’abbia data Aleister Crowley:
“La Magia è la scienza e l’arte di produrre cambiamenti in accordo a una Volontà”.
Credo non esista definizione più vera, quasi assiomatica. La Volontà è talmente importante che mi permetto di fare alcune considerazioni per spiegare qualcosa di più sull’essere ritualisti.
La distinzione fondamentale che sussiste tra “Volontà” e “desiderio” consiste in questo: con entrambi si vuol raggiungere qualcosa, ma con la sostanziale differenza che con la Volontà si è liberi di raggiungere ciò che si vuole, col desiderio invece si rimane schiavi di ciò che si desidera. Il desiderio è soggetto a fluttuazioni spaventose dovute all’umore, alla propria natura, ai bioritmi, alle condizioni fisiche, ecc. Una Volontà è un’ ARMA… funziona sempre perché è sempre pronta ad entrare in azione. Qualcuno ha definito il rituale “uno schema di azioni che influenza altri schemi di azione”…è noto a tutti che fare qualcosa di sempre identico a sé stesso comporti noia e demotivazione; eppure nel momento in cui si intraprende un cammino magico, ciò che è penoso, noioso, faticoso e difficile finisce col trasformare profondamente e radicalmente chi lo fa. A distanza di vent’anni mi capita di provare sempre più intensità e forza nel momento in cui invoco una divinità, mentre da un certo punto di vista dovrei averne abbastanza della ripetizione dello stesso “Inno” o dello stesso “Appello”. Eppure succede esattamente il contrario… più procedo negli anni, più, giorno dopo giorno, anno dopo anno, scopro aspetti che prima non conoscevo e che mi è difficile spiegare…forse si tratta di una dilatazione nella profondità di sé stessi…un’energia luminosa e potente giorno per giorno mi viene a visitare e si stenta, quando si vivono esperienze come queste, a pensare che si sprecano vite rincorrendo successo, potere e illusioni…verrebbe voglia di fermarsi, di attenersi all’immobilità di uno yogi o di un fachiro, per sperimentare il più a lungo possibile uno stato dell’essere molto vicino all’estasi. Queste le considero le più grandi benedizioni che ricevo nel mio lavoro, ancora prima dell’esultanza e della gioia del cliente per il quale ho risolto il problema o i problemi attraverso l’intervento magico.
Quando iniziai la prima volta a fare un rituale, già al solo accendere una candela e a vedere l’incenso fumigare, fui inondato da una sensazione di familiarità, o se preferisce, di “deja vù”, talmente intensa che mi sembrava di svenire. Ho cercato di non spaventarmi e forse qualcun altro al mio posto avrebbe lasciato perdere parlando degli “strani effetti misteriosi” che sono caratteristici di ogni azione magica. Nel mio caso invece partì quella che definisco una delle esperienze più entusiasmanti di questa vita e da un certo punto di vista lo scopo stesso di questa incarnazione. E pensare che ci sono arrivato, a mio parere, relativamente tardi, a venticinque anni compiuti… Prima di allora e dopo di allora ci furono prove, contraddizioni, confusioni, smarrimenti…quando si intraprende un cammino all’insegna della Magia le prove esistenziali sembrano intensificarsi come anche le gioie e le soddisfazioni. In ogni caso ci si attira critiche superficiali e ignoranti: un conto è infatti fare lo studioso di Magia, ci sono professori universitari che potrebbero gareggiare con un personal-computer in fatto di accumulo di quantità di “dati esoterici”!…e un conto è praticare la Magia e addirittura osare ammettere in pubblico di risolvere i problemi esistenziali ricorrendo alla Magia!…nella migliore delle ipotesi si passa per ciarlatani, nella peggiore per qualcos’altro. Ma di questo non me ne sono mai eccessivamente curato. Sono anzi felice di essermi incarnato in questo periodo storico e di non avere a che fare con tribunali di inquisizione e processi da caccia alle streghe.
Io: dr. Rocco…a questo punto io non saprei più che cos’altro chiederle, anche se sono convinto di avere molte altre domande da porre… sentirla parlare a ruota libera, mi indurrebbe a chiederle di parlare ancora, ma non solo di esoterismo, ma di qualsiasi argomento… il suo parlare ha un andamento tale da non indurre noia… anzi volevo ringraziarla poiché parlando di tutti gli argomenti trattati avverto dentro di me un potente stimolo ad ascoltare la mia voce interiore con più attenzione e forse a interessarmi di magia come in passato non mi era mai capitato…. vorrei quasi dirle allora che non ho più nulla da chiedere e vorrei congedarmi da Lei con questo senso di ritrovato benessere, di entusiasmo e di motivazione nei confronti della vita… Lei cosa dice?…
dr. Rocco: dico che va bene così, basta per oggi… abbiamo compiuto insieme una trasmutazione e quindi godiamoci adesso gli effetti!….

(Intervista redatta da G.M.)